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07.09.2010
Occasioni perdute

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Il blog di Rudi Ghedini


La gelata PDF Stampa E-mail
Giovedì 26 Agosto 2010 13:45
Non si voterà in autunno e secondo me nemmeno in primavera.
Berlusconi e i suoi vorrebbero farci credere che questo avviene per loro scelta – nonostante il "tradimento" di Fini e i soliti equilibrismi di Casini – ma la realtà è ben diversa.

Non si vota perché Pdl e Lega sanno di poter perdere, e la sconfitta sarebbe davvero paradossale, in una fase in cui il Pd e l'opposizione sono fantasmi, da tempo fuori gioco.

Il vero motivo per cui non si vota si chiama crisi economica. Sta arrivando la gelata.

Mi limito a distillare un ragionamento politico partorito altrove, dall'editoriale di prima pagina di Mario Deaglio, ieri su "La Stampa".

Quell'editoriale si concludeva così: "crisi ed elezioni non possono e non devono essere decise soltanto in base al calcolo politico, trascurando disinvoltamente il calcolo economico".

Un avvertimento.

Dal quotidiano della Fiat.

Già il titolo non lascia spazio a equivoci: "La ripresa era solo un'illusione"

"Almeno in America, la crisi di oggi si chiama W: il che significa, seguendo la scrittura di questa lettera, caduta (fino a tutta l'estate 2009), parziale risalita (fino a tutta la primavera 2010), nuova caduta (in America sembra essere in corso ora) e risalita, che si spera definitiva, a data non certa né particolarmente prossima. Forse potremmo ritenerci fortunati perché è stata evitata una crisi a L (caduta seguita da stagnazione, che in Giappone si protrae da oltre un decennio), ma certamente siamo lontanissimi dall'ottimistica ripresa a V (caduta seguita da rapida ripresa)".

Dunque, chi aveva sparso ottimismo, era fuori strada (o in malafede, aggiungo io): il peggio della crisi non è alle nostre spalle.

Deaglio ricava questa prognosi dagli ultimi dati sull'economia USA.

"Per l'Italia la non favorevole evoluzione americana deve essere un motivo in più per assumere un atteggiamento responsabile nell'affrontare i due problemi, uno economico e uno politico, che il Paese ha di fronte e dei quali i listini delle Borse e i dati economici in genere sono diventati una dimensione importante. La prospettiva che nei prossimi mesi una nuova gelata economica raggiunga l'Italia e i Paesi che sono i migliori clienti dell'Italia non può essere disinvoltamente trascurata".

Quando gli economisti descrivono la cosiddetta "forma della crisi", e parlano di W, oppure di L, o di V, il cittadino comune rischia di perdersi.

In realtà, la forma che assume il grafico della produzione è di una chiarezza spaventosa.

Per l'Italia, l'ormai evidente prospettiva di una nuova gelata, vuol dire che solo nel 2013-14 si tornerà ai livelli del PIL della prima metà del 2009, e solo nel 2015-16 si tornerà agli stessi livelli di occupazione.

Nel frattempo, saranno esauriti gli ammortizzatori sociali, e il rischio-crisi può farsi drammatico.

 
La democrazia ridotta a sport per spettatori PDF Stampa E-mail
Giovedì 15 Luglio 2010 07:29
Una delle cause dell'afasia della sinistra, della sua sostanziale inutilità, risale all'ubriacatura dei primi anni Novanta, quella che ci ha regalato il maggioritario, l'uninominale, l'elezione diretta e il culto del capo. Con l'aggravante per cui ci hanno raccontato, senza pudore, che veniva restituito "lo scettro al principe" e i cittadini sarebbero diventati protagonisti.

Manca una seria valutazione critica dell'esperienza di questi anni. Nulla si dice sulla rappresentanza dei cittadini, le uniche preoccupazioni dei partiti si concentrano sulle tecniche elettorali finalizzate alla scelta del governo. Anzi, di chi lo dirige.

Scriveva Stefano Rodotà che "l'accento sulla governabilità è accompagnato da una crescente personalizzazione della politica. Le altre funzioni delle elezioni, in primo luogo quella originaria di rappresentare i cittadini, vengono respinte sullo sfondo. La democrazia si è definitivamente trasformata da democrazia rappresentativa in pura democrazia d'investitura".

Non è certo un caso che alla crescita della "democrazia d'investitura" corrisponda il crollo della partecipazione elettorale. La fuga dalla politica è segnata dalla sfiducia, il distacco dei cittadini da chi dovrebbe rappresentarli. Nello stesso tempo, cresce il rapporto gerarchico fra esecutivi e assemblee rappresentative, fra Governo e Parlamento, Sindaco e Consiglio... Patetico pensare che le "primarie" per scegliere i candidati alle più alte cariche possano supplire a questa crisi, a un degrado che ha trasformato la democrazia rappresentativa in uno "sport per spettatori" (la definizione è ancora di Rodotà).

La partecipazione politica trasloca in luoghi diversi da quelli tradizionali. La stessa esperienza di "Io ci sto" ne è una conferma. A partire da una valutazione poco diplomatica: "i partiti hanno requisito le chiavi della democrazia rappresentativa, e tanto più la loro vita interna si è fatta asfittica, tanto più pretendono l'esclusiva nella selezione delle cariche pubbliche".

Esiste una molteplicità di esperienze concrete, dove si sperimenta la possibilità di non confinare il rapporto tra cittadini e assemblee al solo momento elettorale: è in corso l'invenzione di forme che restituiscano un ruolo ai cittadini, rendendo rilevante la loro presenza per decisioni significative, fino all'individuazione delle priorità del bilancio comunale.

Sono esperimenti che avvengono soprattutto a livello locale, dove è maggiore la vicinanza tra cittadini e istituzioni: "democrazia di prossimità", l'hanno definita. È una ricerca che rifiuta la delega di mandato, i sondaggi a intermittenza, la passività fra un'elezione e l'altra, e alla "democrazia d'investitura" oppone una cittadinanza attiva, aperta, coinvolgente.

Rudi Ghedini

 
Lo stupore del lettore (di Repubblica) PDF Stampa E-mail
Venerdì 18 Giugno 2010 12:42

L'avevo perso, l'articolo di Franco Foschi (pediatra, scrittore, amico) sulla prima pagina dell'inserto bolognese di Repubblica.

Poi, una, due, tre segnalazioni, e stamattina ho ripreso in mano il giornale di ieri, scoprendo di essere citato e, soprattutto, trovando un lungo riferimento all'esperienza di "Io ci sto". Esperienza, è il caso di aggiungere, che su Repubblica non aveva mai trovato il minimo spazio, nemmeno per segnalare la convocazione di uno dei nostri "Consigli fuori dal Comune".

Lecito ignorarci. da parte di qualunque giornale, anche di chi si dice così attento alla riforma della politica e al rinnovamento della sinistra: ma mi chiedo cosa possa avere capito dell'articolo di Foschi il lettore-medio di Repubblica...

Per chi se l'è perso, ecco il testo.

La Repubblica apre il "Cantiere delle idee. Un progetto per Bologna": uno spazio in cui discutere le migliori idee per la città
di FRANCO FOSCHI*

Ricordate la Bologna "sazia e disperata" di qualche vescovo fa? Beh, sazia adesso non si può proprio dire, vista la congiuntura sfavorevole, e disperata io non l´ho mai vista. Ma nonostante le difficoltà Bologna rimane un fenomenale laboratorio politico, sociale, culturale, di cui porterò tre esempi.

1) Il laboratorio politico. Avete già sentito parlare dei "Consigli fuori dal Comune"? Un delicato gioco di parole (ci si trova fuori, per ora, dal palazzo del Comune) per descrivere un esempio di politica dal basso, diretta. Il gruppo di partenza si è ribattezzato Io ci sto (spezzoni di liste politiche, simpatizzanti del popolo viola, partecipanti alla rete Lilliput e altri, ma anche numerosi semplici cittadini). Già l´idea delle pubbliche assemblee dà una sensazione di aria fresca, è importante a questo punto della nostra storia anche come si riflette, e non solo su che cosa. Per combattere l´estrema disinvoltura nell´esercizio del potere, come scrive sul sito Rudi Ghedini, si lavora in gruppi per parlare dei problemi di tutti (governo della città, beni comuni, legami sociali, nuove povertà, crisi economica e del lavoro, bisogni della società e della cultura) per periodicamente ritrovarsi con ospiti mirati, quando possibile, e soprattutto la parola per tutti. E se questa non è democrazia...

Il laboratorio sociale. Piazza Grande è l´associazione che si occupa di sostegno, nell´accezione più ampia del termine, ai senza fissa dimora. Tutto iniziò con il giornale autoprodotto che penso tutti i bolognesi avranno incontrato, in giro per la città. Sono passati tanti anni, ed esemplare a mio avviso della qualità del percorso compiuto dall´associazione è ancora una volta il giornale. Piazza Grande è andata sempre avanti, con gli Avvocati di strada, con il teatro, con i laboratori manuali, con il servizio notturno: non ha risentito delle patologie del solidarismo, e cioè l´affievolirsi dell´entusiasmo, la caduta nella routine, la scelta del quieto tran tran... Leonardo Tancredi, una delle persone più gentili che ho mai conosciuto, e tutto il suo gruppo non mollano di un millimetro, e sono un modello ammirevole di riuscita.

3) Il laboratorio culturale. Si chiama Novelle fatte al piano, esordì nel 2005, commissionata dalla Cooperativa Giannino Stoppani. Si tratta di un melologo basato su tre storie di Gianni Rodari, adattate per il teatro da Federica Iacobelli, con musiche originali scritte ed eseguite al piano da Daniele Furlati. Capita che lo spettacolo venga apprezzato da Giorgio Diritti, che chiede agli autori di ampliarlo, partecipandovi in chiave di regia.

Ed ecco che nasce lo "spettacoloso spettacolo" attuale, che è tutto, ma proprio tutto, bolognese: Iacobelli, bolognese d´adozione, Furlati e la coop Giannino Stoppani, poi gli altri "attori" dello spettacolo, la casa di produzione Aranciafilm, Giorgio Diritti, la Cineteca del Comune, e infine il magico protagonista Luciano Manzalini. Ed è così che uno spettacolo tutto fatto a Bologna, come gira, viene visto a Roma, a Parigi, e chissà dove ancora.

Chiaro, questi tre esempi sono appunto esempi, e parlano per tutti. Parlano della bella voglia di fare che c´è sempre stata a Bologna. Partecipare, esserci, ecco quello che i bolognesi hanno sempre fatto. E certo dovranno continuare a fare.

 
“Io ci sto” davanti al problema della rappresentanza PDF Stampa E-mail
Martedì 18 Maggio 2010 08:00
Leggo spesso il blog di Gianni Cuperlo, deputato Pd con cui in passato ho condiviso molte cose (e che continuo a ritenere dotato di un'intelligenza politica non comune).
Da un suo post del 23 aprile (http://giannicuperlo.ilcannocchiale.it/2010/04/23/gli_altri.html) ricavo quanto segue:

"Da un lato si approfondisce il fossato tra i cittadini e la partecipazione. Per capirci i dati record sull'astensione. Dall'altro assistiamo a una ipertrofia della domanda di politica. Valga come esempio: tra meno di un mese si vota in diversi comuni del Trentino. Alla chiusura dei termini sono state presentate 493 liste per un totale di 8.400 aspiranti consiglieri comunali. Significa un candidato ogni 34 abitanti. Ecco il paradosso: fuggono gli elettori ma si moltiplicano i candidati. Il che in buona misura si spiega così: in un paese come il nostro la politica sempre di più è considerata uno dei canali residui della mobilità sociale. Una opportunità di impiego.

Ben oltre il vecchio status: l'idea della carica elettiva come fattore di prestigio e, in fondo, anche oltre la più classica nozione di potere. Qui siamo a una più prosaica questione di reddito".

Nel ragionamento successivo, Cuperlo afferma, fra l'altro: "oggi è molto più difficile rispetto a venti o trent'anni fa trasmettere l'idea di un impegno pubblico non viziato, fin dall'origine, da un interesse privato... di fronte a una politica ridotta a corpo separato o noi recuperiamo una nozione di interesse generale e di legittimazione dei partiti oppure la via plebiscitaria sfonderà...il Paese, come le statistiche comprovano, non è in mano alla destra, ma sta al campo progressista convincere una maggioranza degli italiani che possono tornare a fidarsi di noi".

E vengo a "Io ci sto", all'assemblea bolognese del 12 maggio, per tentare di dare ordine ai miei stessi pensieri, ricostruendo l'asse del mio breve intervento (5').

CHI siamo? Siamo quelli dell'Appello dei primi di febbraio, in seguito alle dimissioni del sindaco e all'insufficiente presa di coscienza dei partiti del centro-sinistra sul profondo significato di quanto era accaduto; e siamo quelli che organizzano i "Consigli fuori dal Comune", un "format" di partecipazione diretta, di confronto senza rete, in una fase in cui la città commissariata e lo resterà fino alla prossima primavera.

COSA stiamo facendo? Proviamo a reimpossessarci della politica, a praticarla con modalità democratiche, cercando di evidenziare quale sia il "bene comune". Qualcuno ci etichetta come "antipolitica", e invece siamo la cosa più pulita e disinteressata di impegno politico che si sia visto a Bologna negli ultimi mesi.

PERCHE' lo stiamo facendo? Prima di tutto perché ci piace farlo, anche se impegniamo tanto tempo e a volte ne ricaviamo la sensazione che lo sforzo sia sproporzionato ai risultati. E perché abbiamo delle analisi e delle idee, e non ci sentiamo rappresentati da nessuna forza politica.

DOVE vogliamo andare? Impossibile dirlo oggi, ma certo è una responsabilità "convocare" altre persone, chiamarle a un confronto pubblico, e prima o poi si porrà il problema di quale sbocco dare a questo impegno. Le elezioni regionali hanno confermato la crisi del rapporto fra cittadini e politica: il 40-45% dei giovani sotto i 25 anni, a Bologna, non ha votato, il partito più grande è diventato quello degli astensionisti, dunque l'offerta politica si è rivelata inadeguata a motivare una scelta positiva.

COME prenderemo le decisioni? Passaggio cruciale, se vogliamo confermare la democraticità delle nostre pratiche. Occorre consolidare "Io ci sto" e cominciare a studiare come elaborare una proposta elettorale in grado di dare rappresentanza a chi si sta impegnando in questo percorso, avendo chiaro che questo richiede un'analisi aggiornata del potere, del sistema di potere che agisce in questa città. Con la coscienza dei nostri limiti, ma senza nessuna timidezza, proprio perché siamo tutti convinti della necessità di incidere sulla selezione della classe dirigente.

 
Fra chi non vota, non ci sono solo qualunquisti PDF Stampa E-mail
Venerdì 23 Aprile 2010 12:26
La scena è interamente occupata da loro: Berlusconi, Fini, Bossi.
Pd e sinistra sono talmente fuori gioco, che a destra ci si può permettere di mostrare le proprie lacerazioni, sicuri di non pagare alcun prezzo, visto che un'alternativa non c'è.

Perché un'alternativa possa lievitare, mi permetto di avanzare un suggerimento: proviamo a capire chi non ha votato.

La fondazione Italia Futura (quella di Montezemolo) ha stimato nel 47% i giovani fra i 18 e i 27 anni che non sono andati a votare per le elezioni Regionali.

L'aumento generalizzato dell'astensionismo – 15 milioni di potenziali elettori – è stato rapidamente accantonato dal dibattito politico. Che lo faccia la destra, che ha vinto, può essere comprensibile; che lo faccia chi ha perso, molto meno.

Dubito che quando D'Alema invocava il Paese Normale auspicasse l'apatia di massa.

E chi non sa far altro che volgere lo sguardo verso gli Stati Uniti, dovrebbe ammettere che per votare Obama si sono iscritti alle liste elettorali milioni di americani che di solito non votavano, a conferma della diffusa sensazione che in gioco ci fosse una posta rilevante.

Ilvo Diamanti ha descritto il «partito dell'astensione» come somma di 7 motivazioni.

1) quelli che non votano per cause di forza maggiore (sono sempre meno);

2) quelli che non votano per disinteresse

3) quelli che non votano per protesta

4) quelli che non si sentono rappresentati da nessuna proposta politica

5) quelli che, al contrario, si sentono rappresentati da chiunque vinca

6) quelli che pensano che il loro voto non conti nulla

7) e infine, quelli che, non votando, vorrebbero mandare un segnale alla loro area o al loro partito di riferimento.

Diamanti sostiene che non ha più senso ragionare come se il voto fosse la regola e il non voto l'eccezione: finite le appartenenze e le fedeltà di partito, non votare è diventata un'opzione tanto quanto votare, o esprimere voti contraddittori (disgiunti).

Quasi il 40% dell'elettorato e quasi la metà dei giovani decidono di volta in volta, per chi votare e, ancora prima, se votare. Recarsi al seggio e mettere la propria croce sopra una scheda, non è più un gesto obbligato. Dunque, chi volesse recuperare almeno una parte dei soggetti che alle Regionali hanno scelto l'astensione, dovrebbe innanzitutto liberarsi di una visione deformata: la platea del non voto è sempre meno composta da qualunquisti e sempre più da persone informate, che sanno benissimo cosa fanno e non credono più ai ricatti affettivi (il pericolo dei comunisti, il pericolo di Berlusconi).

In particolare, la settima categoria indicata da Diamanti temo sia tutt'altro che avvinta dal dibattito politico che si è aperto dopo il voto, di nuovo iper-astratto e schiacciato sulle cosiddette riforme istituzionali.

L'unica riforma delle regole – necessaria ma non sufficiente - che può invertire il trend all'astensione è quella che riconsegna all'elettore la scelta di almeno una preferenza fra i candidati in lizza.

 
L'opposizione penalizzata dal voto di protesta... PDF Stampa E-mail
Venerdì 02 Aprile 2010 08:54
Il primo vincitore è Berlusconi (del voto al partito non sa che farsene), il secondo Bossi, nemmeno Fini se la passa male (Polverini e Scopelliti sono suoi), e se pure Casini - masticando amaro - ha motivi per sentirsi decisivo, vuol dire che la sconfitta è tutta da una parte.
Il Pd si conferma inservibile. Passa di leader in leader, di batosta in batosta col sorriso sulle labbra, raccontandosi frottole, senza capire in che Paese vive. Non sa far altro che cannibalizzare gli alleati più docili, ma a ogni giro si ritrova un altro concorrente a sinistra. Ora è ridotto a sperare che la Lega diventi ingorda e crei problemi al Pdl; analisi patetica: la Lega poteva diventare "pericolosa" per la stabilità del governo se avesse perso, non il contrario.

Stare all'opposizione e venire penalizzati dal "voto di protesta" impone di riscrivere i manuali di Scienza della Politica. Un partito di opposizione che nel pieno della più grave crisi economica degli ultimi decenni non riesce a intercettare l'astensione e si fa portare via i voti da Di Pietro e Grillo, andrebbe sciolto per decreto.

L'unico spiraglio viene da Vendola, che il Pd - nella sua incurabile follia - non avrebbe voluto candidare. E poi c'è il Piemonte. Una sconfitta talmente bruciante, talmente imprevista, che chi cerca di minimizzarla è un autentico irresponsabile. In Piemonte è abortita sul nascere una strategia che qualcuno immaginava potesse diventare la proposta politica nazionale.

A sinistra e innanzitutto dentro il Pd spero che qualcuno abbia il coraggio di guardare in faccia la realtà e osare pronunciarla. Bisogna ricominciare tutto da capo.

Abbiamo perso un'altra volta, noi di sinistra, sempre che non ci voltiamo dall'altra parte e diamo credito a chi pretende di farci credere il contrario.

La liturgia del dopo-voto prevede, innanzitutto, che si dedichino alcune parole all'astensionismo, dicendosi molto preoccupati: un minuto dopo, l'argomento è dimenticato.

La liturgia impone, subito dopo, di dirsi soddisfatti, rimarcando successi che solo pochissimi avevano considerato. Il Bersani che afferma: "Il Pd è in ripresa" mi ricorda il Mussi con la faccia distrutta che andava in tv quando il Pci perdeva un milione di voti alla volta, e lui diceva "Sostanziale tenuta".

Poi, la liturgia passa per l'indicazione dei colpevoli degli insuccessi, ovviamente lontani da sé: per esempio, in Piemonte è colpa di chi ha votato per i Grillini.

Infine, la liturgia richiede acrobazie dialettiche per spostare l'attenzione in casa d'altri ("Adesso, la Lega porrà le condizioni", "Fra Berlusconi e Fini sarà scontro", e via almanaccando).

Così non si va da nessuna parte.

Chi si attacca al 7-6 (partendo da 11 a 2, vale la pena ricordarlo), dimentica che il centro-sinistra ha perso tutte le Regionali degli ultimi due anni: Sicilia, Sardegna, Abruzzo, Friuli e Molise. Dunque, la contabilità parla di un 7-11, partendo da un 12-6, e ora il centro-destra governa due terzi degli italiani.

Venendo al voto di Sinistra Ecologia e Libertà, credo che le dimensioni del successo di Vendola siano davvero impressionanti, ma le luci finiscono lì, in Puglia (9,7%), con un'appendice nelle Marche, dove si è fatta la scelta coraggiosa di presentare un candidato alternativo al presidente uscente di centro-sinistra, che ha scelto di allearsi con l'Udc sacrificando la sinistra.

Altrove, è andata male o molto male.

Al nord, SEL raccoglie in media l'1,5%.

Viaggia intorno al 3% in Basilicata, Toscana, Umbria e Lazio.

In Campania e Calabria, insieme ai Socialisti, arriva al 3,5%.

Anche SEL fa parte di quella strana opposizione che riesce nell'inedita impresa di venir penalizzata dal voto di protesta.

 
L’intelligenza del capitale PDF Stampa E-mail
Mercoledì 17 Febbraio 2010 12:22
Sono stato ad ascoltare Paul Ginsborg, ieri pomeriggio, insieme a Tiziano Rinaldini (Fiom) e Vittorio Capecchi (direttore di "Inchiesta"), in un'iniziativa promossa dall'Associazione Per la Sinistra di Bologna.
Poca gente, il clima politico bolognese è incline alla depressione, ma diversi spunti interessanti. Per esempio, lo studio comparato della "forma della crisi", vale a dire la curva del calo del PIL, avendo come parametri di confronto la Grande Depressione (1930-34), e le recessioni più gravi del dopoguerra (1973-76, 1979-83, 1990-93).

Se ne ricava la certezza che siamo circa a un terzo della durata della crisi, e che la produzione tornerà ai livelli della primavera 2008 non prima della primavera 2012.

Analisi poco consolatorie, quelle proposte dai relatori. Ne ricavo la conclusione che l'intelligenza del capitalismo è incommensurabilmente superiore alla nostra, o almeno a quella che sappiamo esprimere.

L'intelligenza del capitalismo sta scientificamente usando la crisi globale per lanciare la Green Economy e spargere retorica sulla "responsabilità sociale dell'impresa". In realtà, la macchina economica lavora per rendersi oggettiva, naturale, azzerando ogni condizionamento da parte di chi la fa funzionare – i lavoratori – e di chi dovrebbe indirizzarla – la politica.

Rinaldini ha citato un articolo di Luciano Gallino apparso il 10 febbraio su "Repubblica" (me l'aveva segnalato un amico: lo trovate qui:

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=30531)

Gallino spiega in maniera chiarissima cosa sta accadendo.

1) "la crisi finanziaria produce disoccupazione industriale su larga scala perché l´industria è diventata essa stessa un settore della finanza. In circa trent´anni l´impresa industriale è stata totalmente finanziarizzata... La finanziarizzazione dell´impresa industriale è iniziata da quando gli investitori istituzionali – fondi comuni, fondi pensione e assicurazioni – i quali posseggono mediamente oltre il 50 per cento del capitale di tutte le società quotate, hanno imposto ai dirigenti una nuova concezione dell´impresa. Essa non doveva più venire concepita come un´organizzazione nella quale ogni parte è legata alle altre e il cui funzionamento tocca gli interessi di molti gruppi, dai dipendenti ai fornitori e alla comunità locale, oltre a quelli degli azionisti. Doveva invece essere concepita come un fascio di attività (nel duplice senso di cose che si fanno e di attivi finanziari) solo temporaneamente connesse da un contratto; un conglomerato di impianti, mezzi di produzione ed uffici di cui ogni pezzo deve essere monitorato di continuo al fine di stabilire se il suo rendimento finanziario sia pari o superiore a quello dei pezzi migliori della concorrenza. Se tale rendimento è in sé elevato, ma appare inferiore anche soltanto di poco a quello della concorrenza, quel pezzo dell´impresa va subito ristrutturato, oppure venduto, o definitivamente chiuso. Ciascuno di questi interventi comporta ovviamente il licenziamento di gran parte dei relativi addetti, e talora di tutti; come potrebbe accadere allo stabilimento Fiat di Termini. Ma non di questo debbono preoccuparsi i manager, dicono i teorici dell´impresa come mera entità finanziaria. Deve pensarci lo Stato".

2) "Un secondo passo verso la finanziarizzazione dell´industria è consistito in una esternalizzazione della produzione su scala mondiale. Si è passati dall´integrazione verticale del processo produttivo entro una singola impresa, al coordinamento orizzontale da parte di un gruppo di controllo di centinaia di produttori sparsi per il mondo. Nel primo caso, un´impresa mirava a produrre al proprio interno tutte le parti che andavano a comporre il prodotto finito. Nel secondo caso un´impresa fa tutto il possibile per non produrre nulla all'interno. Negli anni ´50 e ´60, la Olivetti produceva negli stabilimenti di Ivrea fino all´ultimo tasto delle centinaia di migliaia di macchine per ufficio che sfornava. Ed alla Mirafiori di Torino quattro quinti dei componenti di un´auto erano prodotti entro lo stabilimento. Oggi oltre il 75 per cento di un´auto Fiat viene prodotto da centinaia di fornitori esterni; la Renault supera l´80 per cento. Il più grande costruttore di Pc del mondo, la Dell, non produce nemmeno una porta Usb dei milioni di macchine che vende. Coordina invece l´attività di migliaia di produttori piccoli medi e grandi in quattro continenti".

3) "La esternalizzazione globale ha generato vari effetti negativi sull´occupazione. Milioni di posti di lavoro sono migrati dalle grandi imprese a imprese piccole e medie. La General Motors, ad esempio, che ancora nel 2005 aveva oltre 330.000 dipendenti, a fine 2009 ne aveva meno di 90.000, pur producendo un numero di vetture certo non inferiore di quattro volte... Vantaggio per l´impresa madre: sindacati deboli, salari, contributi pensionistici e assicurazioni mediche fortemente ridotti. Un altro effetto negativo sui livelli di occupazione e le condizioni di lavoro è derivato dalla facilità con cui l´impresa madre si può sbarazzare del fornitore o sub-fornitore che per qualsiasi motivo le torni sgradito. Una grande impresa che scopre di avere un reparto funzionante in modo poco soddisfacente difficilmente può chiuderlo dall´oggi al domani. Ma se si tratta di una società che sta in un altro Paese può eliminarlo dal giro con una semplice mail. Nell´insieme, l´esternalizzazione ha comportato mettere in conflitto fornitori contro fornitori, lavoratori contro lavoratori, regioni contro regioni, sia entro lo stesso Paese che tra un Paese e l´altro. Ricetta efficace per migliorare il bilancio finanziario, quanto micidiale per l´occupazione".

4) Un altro aspetto della finanziarizzazione delle imprese industriali è stata la formazione di monopoli mediante estese campagne di fusioni e acquisizioni. Sono campagne in cui hanno un ruolo determinante le banche di investimento, che da esse traggono utili astronomici... Il problema, in tali vicende, è che decine o centinaia di miliardi vengono mobilitati non per fare investimenti, aprire nuovi impianti e creare occupazione, bensì per eliminare un concorrente e subito dopo ridurre il totale dei posti di lavoro. Pare faccia salire il valore del titolo in Borsa".

 
Il morto che afferra il vivo PDF Stampa E-mail
Domenica 07 Febbraio 2010 10:41
In quale melma, in quali sabbie mobili sta sprofondando il Pd bolognese?

Non sono le solite domande di chi non ha mai creduto nel Pd, e ha trovato umilianti le "primarie alla bolognese" – quelle di partito, non di coalizione – per far digerire la scelta di Delbono.

No, quelle sono scelte (sbagliate) che ci stanno alle spalle. E pazienza se a sinistra del Pd erano e continuano a esserci forze "innocue" (sembra fare eccezione un'intervista uscita eri su Repubblica).

Mi pare si sia riflettuto troppo poco sulla voce circolata di un possibile ritiro delle dimissioni da parte di Delbono. Voce fondata: via sms, pare a mezzanotte, era stata convocata una riunione della giunta con all'ordine del giorno "comunicazioni del sindaco".

Pura follia. Puro delirio. E concretissimi interessi.

L'argomento contrario al commissariamento di Bologna è stato amplificato da due voci: quella del Pd e quella del Collegio Costruttori.

Persino il caporedattore bolognese di Repubblica – forse per senso di colpa, dopo aver chiuso gli occhi tanto a lungo - ha avanzato solidi interrogativi sui rapporti del fu-sindaco con i costruttori legati alla curia bolognese.

Non sono andato a protestare sotto la sede del Prefetto: erano talmente in pochi, chiamati dal Pd e alleati, che il Corriere ha definito "patetica" quella manifestazione.

Non ci sono andato perché continuo a credere che le Leggi siano uguali per tutti, e se Delbono si fosse dimesso una settimana prima, anziché rispondere a muso duro che non ci pensava neanche, non saremmo a questo punto, nelle mani di un Cicchitto qualsiasi.

Ci siamo per colpa del Pd, e della sinistra che Zani ha ora ribattezzato "obbedienti residui coalizionali" ( http://maurozani.wordpress.com/2010/02/06/una-sinistra-civica-per-bologna/).

Ci siamo e dobbiamo evitare di affondare nelle sabbie mobili, avvinghiati a gente che – direbbe qualcuno – fa tornare d'attualità il celebre schema del "morto che afferra il vivo".

 
Bologna al collasso dell'etica pubblica PDF Stampa E-mail
Mercoledì 27 Gennaio 2010 12:35
Ciò che viene finora imputato al sindaco Delbono ha a che fare con quando era assessore e vicepresidente in Regione. Poco importa se le sue dimissioni - che definiva impossibili solo 48 ore prima - siano state "suggerite" da Prodi o da Errani. La sostanza è che Bologna si ritroverà fra pochi giorni senza sindaco e con indagini in corso che incrinano irrimediabilmente la presunta superiorità morale della classe politica di centrosinistra. Poco male: avevo smesso di crederci da tempo.
Ai non-bolognesi, a chi segue la vicenda da lontano, mi limito a consigliare un criterio di lettura: quando leggete di "sexgate" o "cinzia-gate", vuol dire che chi parla intende minimizzare la portata dei fatti; quando, invece, trovate analisi o giudizi sul "sistema di potere", ecco, siete sulla strada giusta.

Tra i primi, metto Sabrina Ferilli, Romano Prodi e Galli della Loggia, che pure ha la penna appuntita, avendo definito così Delbono: "uno scialbo professorino, beneficato politicamente, colpevole di non aver capito che, tra i privilegi che l'oligarchia gli concedeva senza alcun merito, non c'era quello di usare i soldi pubblici, per portarsi l'amante in Messico".

Tra i secondi, quelli che non si prestano a minimizzare la dimensione dello scandalo, oggi si inserisce a pieno titolo uno che Bologna l'ha amministrata male, ma conosciuta bene: Sergio Cofferati: "Mi pare che il lavoro della magistratura si collochi su un orizzonte più vasto dei meri rapporti intercorsi tra due persone... Si tratta di capire se questi episodi di cui si parla prefigurino un'idea della gestione della rappresentanza di un singolo o se invece si collochino in un quadro di sistema". Risposta: la seconda che hai detto.

 
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